Archeoworld a BluEtrusco

VII Festival della cultura etrusca

Un viaggio alla scoperta degli antichi Etruschi con tre giorni di rievocazioni storiche, laboratori didattici, visite guidate, conferenze e riscoperta delle tecniche artigianali e dei cibi etruschi

Murlo (SI), 22-24 luglio 2022

Negli anni Novanta, uno studio dell’Università Statale di Torino scoprì sorprendenti analogie fra il DNA etrusco e quello dei murlesi ed è qui che sorge uno degli insediamenti archeologici etruschi più importanti in Italia, Poggio Civitate, i cui reperti archeologici sono custoditi nel Museo archeologico di Murlo – Antiquarium di Poggio Civitate. A questo legame ancestrale il Comune di Murlo rende omaggio con BluEtrusco, il Festival della cultura etrusca giunto alla VII edizione e voluto per far conoscere le origini e la storia del borgo e per raccontare la vita quotidiana degli Etruschi.

Nelle giornate di sabato e domenica la nostra Associazione culturale Archeoworld, guidata dal Presidente Riccardo Chessa, insieme a Deborah Coron, Deborah Quaglia e Alberto Rossi, ha organizzato laboratori didattici per grandi e piccoli dedicati alla forgiatura di oggetti in bronzo e alla riproduzione di vari oggetti esposti nel museo locale, in particolare coppi, tegole, antefisse e lastre in terracotta per la costruzione e decorazione di tetti. Le altre associazioni coinvolte nel progetto – Antichi popoli, Herentas e Suodales, si sono dedicate a dimostrazioni e laboratori dedicati alla scrittura, alla musica, al culto religioso e ai vari aspetti della vita quotidiana, avvalendosi di riproduzioni di costumi e di utensili etruschi.
Sabato 23 Francesco Mondini, dell’Azienda Agricola Bio casentina Tarazona, ha presentato il vino etrusco e parlato della riscoperta degli antichi vitigni e della particolare produzione con cui propone un vino unico, prodotto come 2500 anni fa, nel rispetto dei metodi italici e della conservazione delle spremiture in anfore di terracotta sigillate con la cera.

Gli appassionati di storia e di passeggiate hanno potuto partecipare a conferenze in compagnia di ricercatori, archeologi e studiosi, a percorsi di archeotrekking che dal Museo archeologico di Murlo hanno raggiunto Poggio Civitate oppure all’iniziativa “Colazione al Museo”, con un concerto di musica da camera, colazione e visita guidata al Museo e ai magazzini aperti in via straordinaria per mostrare parte del ricco patrimonio archeologico proveniente dagli scavi. Alle attività hanno partecipato anche i docenti e gli studenti americani della Amherst University del Massachusetts guidati dal professor Anthony Tuck, direttore degli scavi di Poggio Civitate. E infine, spettacoli dal vivo ci hanno intrattenuto fino a notte…

I nostri particolari ringraziamenti per l’ospitalità vanno a Davide Ricci, sindaco di Murlo, e per la grande accoglienza a Folco Biagi, direttore del Museo Archeologico di Murlo – Antiquarium di Poggio Civitate.
Patrocini: Regione Toscana, Provincia di Siena, Unione dei Comuni della Valdimerse e Fondazione Musei Senesi.

Archeologia sperimentale e imitativa

Che cos'è l'archeologia sperimentale?

L’archeologia sperimentale nasce in ambiente anglosassone a partire dagli anni ‘60 del XX secolo come sotto-disciplina dell’archeologia, con la funzione di verificare le interpretazioni degli studiosi sottoponendole a processi di sperimentazione. In seguito, grazie al lavoro di John Coles (1979) e poi di Peter Reynolds (1999), assume la fisionomia di teorica scientifica e, insieme all’indagine basata sul reperto, acquista importanza quella sul processo per realizzarlo promossa dalla New Archaeology (Vidale 2004).

Sperimentare significa mettere in discussione, attraverso un processo empirico, la concezione, la realizzazione e la funzione di un manufatto. Quindi, l’archeologia sperimentale mette in atto un esperimento imitativo controllabile e replicabile riferito a un manufatto del passato per generare e verificare ipotesi e interpretazioni archeologiche o per proporne di nuove. Infatti, la sperimentazione archeologica si accompagna alle attività con finalità esperienziali che riguardano la riproduzione di tecniche e lavorazioni conosciute quali, per esempio, la scheggiatura della selce, l’accensione del fuoco, la lavorazione della ceramica o dei metalli, le tecniche costruttive. L’esperienza archeologica consente sia di imparare che di mettere in atto una tecnica, favorendo la comprensione di quelle che potevano essere le modalità produttive e le problematiche relative a determinate pratiche del passato, suscitando coinvolgimento emotivo nei partecipanti alle attività e innescando quindi un atteggiamento positivo di curiosità nei confronti della tematica archeologica. Per questo motivo, l’attività esperienziale trova un notevole sviluppo nell’ambito dell’apprendimento e della divulgazione.

L’archeologia sperimentale soffre sostanzialmente di due grossi problemi:

  • I reperti archeologici sono troppo preziosi per rischiare che siano danneggiati, pertanto la loro disponibilità per analisi approfondite è limitata (per pezzi unici è addirittura nulla). In tal modo viene a mancare una delle premesse fondamentali per una ricerca sul tema.
  • I reperti archeologici sono spesso incompleti, danneggiati, rovinati dall’uso e dal tempo. Questo fa sì che vi siano difficoltà nel trovare elementi che permettono di intuirne le tecniche realizzative; le stesse operazioni di finitura, realizzate in antichità, finiscono per coprire le tracce della lavorazione.

L’approccio esperienziale all’archeologia si attua su più livelli interconnessi che determinano un diverso rapporto con la tematica storica:

  • un primo livello rigorosamente scientifico e sperimentale fornisce dati interpretativi sulla base di dati oggettivi provenienti da contesti archeologici indagati stratigraficamente;
  • un livello imitativo fornisce a livello didattico e museale un importante ponte verso la realtà preistorica e storica oggetto di studio, permettendo inoltre di avvicinare il grande pubblico e far interessare i bambini.
  • un livello spettacolarizzante completa l’aggancio emotivo e trasforma l’esperienza archeologica in un momento importante non solo per il processo di apprendimento, ma anche per la valorizzazione del territorio e dei Beni Culturali.

Credere vs dimostrare

La Scienza non è una religione, né una cieca sottomissione a quello che qualcun altro ha detto, ma è un metodo, un sistema che porta a produrre conoscenza attraverso esperimenti, ipotesi e dimostrazioni.

La differenza tra Archeologia sperimentale
ed esperienziale-imitativa 

  • L’ARCHEOLOGIA SPERIMENTALE è un metodo scientifico di ricerca che, attraverso l’uso attivo dell’esperimento, contribuisce a fornire nuove spiegazioni e a confermare oppure smentire interpretazioni elaborate dai dati di scavo (Reynolds 1999). Allo allo studio del passato vengono applicate le regole del Metodo Sperimentale (o scientifico empirico) galileiano che si sviluppa in cinque fasi:
  • In linea con l’approccio delle scienze sperimentali, questa disciplina impone un rigoroso metodo di lavoro, in modo da ottenere risultati condivisibili, riproducibili e misurabili.
    Una caratteristica peculiare dell’archeologia sperimentale è l’interdisciplinarità: il dover indagare sulle tecnologie antiche impone la necessità di istruirsi sulle varie tecnologie e informarsi sui relativi aspetti scientifici per cui, oltre alla manualità dell’archeologo sperimentalista, ci si deve comunque avvalere di altri specialisti quali archeometristi, chimici, biologi, fisici, geologi, etnologi. Per esempio, indagando su come potesse essere realizzata una spada di bronzo, potrebbero essere necessari l’impegno di un fonditore professionale, di un ingegnere meccanico, di un chimico, di un geologo, di uno scalpellino, ecc., competenze tutte supervisionate e messe in relazione dall’archeologo.
    Il risultato non è il manufatto riprodotto, ma l’insieme di conoscenze che si ricavano durante il lavoro di ricerca.
  • L’ARCHEOLOGIA IMITATIVA non ha il rigore scientifico della sperimentazione archeologica, ma concorre comunque, se condotta correttamente ai fini divulgativi e didattici, a rendere l’approccio al passato un’emozione coinvolgente e stimolante dal punto di vista cognitivo. Le repliche dei manufatti antichi, la suggestione dei segni del tempo, la possibilità di avere un rapporto esperienziale con l’antichità, possono costituire un aspetto importante di un allestimento museale, sono elementi di grande valore nel processo di apprendimento e come tali devono essere colti dal mondo dell’insegnamento quali utili strumenti. Spesso i laboratori didattici vengono accompagnati da un setting altrettanto coinvolgente, la Living History, con la ricostruzione di ambienti e situazioni. In ogni caso, queste pratiche sono direttamente connesse con l’archeologia sperimentale e l’accuratezza del lavoro scientifico determina la qualità del lavoro didattico e divulgativo.

Attraverso lo studio e la ricostruzione dei processi tecnologici possiamo comprendere i significati adattativi delle tecnologie nel corso dell’evoluzione umana. Conosciamo in dettaglio le modalità impiegate dall’uomo per produrre i suoi manufatti, le difficoltà che poteva incontrare nella fase operativa, la presenza e la funzionalità dei prodotti di scarto.

La sperimentazione permette di elaborare uno schema operativo:

  • la produzione di un manufatto archeologico con una determinata tecnica;
  • la comprensione della relazione che esiste tra i processi “in vivo” (living processing) e i prodotti archeologici;
  • la dimostrazione o la confutazione di una ricostruzione archeologica.

Per conoscere questi aspetti, non è sufficiente studiarne le testimonianze, ma occorre anche, ove sia possibile, ripeterne i processi. L’archeologo prende in considerazione gli utensili degli attuali popoli “primitivi” e osserva le modalità di realizzazione di particolari attrezzi che sono simili a quelli del passato.

L’archeologia sperimentale si distingue decisamente da quelle “false sperimentazioni” che prevedono la produzione di oggetti o strutture senza il rispetto del rigore scientifico.

Attraverso una accurata analisi tecnologica dei reperti e una valida riproduzione sperimentale è possibile ricostruire un percorso tecnologico che raggiunga i seguenti obiettivi:

  • analisi e valutazione delle tecnologie adottate
  • tempi e difficoltà di costruzione
  • funzionalità
  • efficacia e durata dei manufatti.

Archeologia sperimentale: proposta per una deontologia operativa

I tesori degli archeologi

Nell’immaginario collettivo l’archeologia è quell’ occupazione per pochi eletti che si possono permettere di continuare a giocare con la preistoria e la storia. Anche la moderna iconografia contribuisce a mantenere quest’aura di fiabesco nei riguardi delle Scienze Archeologiche, come oggi ci si dovrebbe riferire al grande ambito dell’Archeologia.

Gli archeologi non sono più notabili o ricchi signori che si potevano permettere di dissipare patrimoni alla caccia di tesori o improbabili sprovveduti seducenti come l’affascinante attore che interpreta Indiana Jones e ancor meno vengono a trovarsi in situazioni spaventose come quelle proposte da pellicole tipo La Mummia.

Assicuro che ciò che un archeologo considera tesori per la maggior parte della gente sono semplici sassi, ossa, cocci, pezzi di muro, che molto raramente, gli archeologi hanno un aspetto anche solo lontanamente somigliante al fascinoso Indy e che l’unica cosa che può spaventare è la compilazione dei cervellotici Matrix di Harris o di schede piene di misure!!! Molto più prosaicamente, tutti i giorni ho a che fare con i manufatti prodotti dall’uomo preistorico a partire da circa 1 milione di anni fa.

Già, tanto antica è la presenza dell’Uomo in Italia e più in generale nel bacino settentrionale del Mediterraneo, semplici schegge o al massimo rozzi raschiatoi e denticolati che non possono certo essere guardati come tesori. Proprio questa constatazione porta speso gli archeologi ad avere difficoltà a comunicare al grande pubblico il significato dei semplici e spesso bruttini oggetti, che rappresentano le tracce delle attività quotidiane degli uomini della preistoria.

La crisi provocata dalla presa di coscienza che non è possibile giungere a una comprensione totale della documentazione archeologica, soprattutto applicando gli statici approcci della tipologia e della morfometria, è stata in parte risolta dal fatto che finalmente gli archeologi hanno realizzato che i reperti archeologici vanno visti attraverso la lente di un processo evolutivo, non sempre continuo, ma spesso accelerato da particolari pressioni adattative o speculative.

In realtà, guardati con occhi diversi, dei semplici oggetti in selce contengono un tesoro: le informazioni che sono scritte su di loro attraverso un linguaggio che può essere interpretato attraverso i dati dell’Archeologia sperimentale.

La ricostruzione sperimentale

Il percorso analitico, che viene svolto attraverso la ricostruzione sperimentale di un processo archeologico, destruttura il processo stesso. Apparentemente smontare i singoli momenti può comportare una perdita di informazione, in realtà comprendere il meccanismo nei singoli e consequenziali passaggi permette una ricostruzione fenomenologica completa e una più concreta interpretazione del manufatto, non più visto come il momento ultimo, ma come il risultato di interazioni dinamiche tra la progettualità, la capacità di realizzazione e il prodotto finito.

Ecco quindi la necessità di ricercare informazioni attraverso i dati desunti da analisi mirate, le così dette scienze sussidiarie:

  • materie prime: caratterizzazione e provenienza;
  • tecniche di produzione: scheggiatura, ritocco, manifattura;
  • determinazione funzionale: analisi delle tracce d’uso, analisi dei residui; specializzazione della produzione.

Con questo termine l’insieme di fasi analitiche che permettono di ricostruire un oggetto/fenomeno nel suo divenire e non la semplice riproduzione a scopo propagandistico di un contesto, si deve fondare su una corretta integrazione dei dati provenienti dalle analisi di partenza e di confronto. Va inoltre ricordato che comunque una ricostruzione completa del fenomeno è praticamente impossibile in quanto i processi di formazione e di trasformazione di un contesto archeologico sono influenzati da fattori e dinamiche spesso sconosciuti.

Le analisi applicate allo studio dei contesti archeologici, effettuate da personale esperto che deve necessariamente aver avuto un lungo training accademico, devono precedere le fasi indagative di archeologia sperimentale. I manufatti prodotti sperimentalmente devono subire lo stesso processo analitico per poter comparare empiricamente i processi trasformativi di causa/effetto interagenti La provenienza della materia prima è fondamentale per impiegare, nella produzione dei manufatti, lo stesso tipo di selce che si riscontra nel sito da studiare (DIA RT Francesca Bonci). Le tecniche di produzione applicate e quelle di trasformazione sono anch’esse il risultato di analisi diretta del reperto archeologico.

Le analisi funzionali vengono poi condotte attraverso l’osservazione microscopica e ultramicroscopica delle superfici funzionali, le analisi chimiche dei residui (spettrofotometria, XRD, X-RAY, analisi degli amminoacidi, degli altri residui organici, etc.) e confrontate con considerazioni di carattere ergonomico, tecnologico etc. Ovviamente tutto ciò va applicato sia al contesto archeologico che a quello di produzione sperimentale.

Applicando il tanto famigerato principio dell’attualismo possiamo interpretare le tracce lasciate sulle superfici dei manufatti, i loro rapporti spaziali e le loro sinergie con gli altri reperti (ossa, buche di palo, focolari, macchie di ocra) ricorrendo al confronto con i dati che riscontriamo attraverso processi di ricostruzione del fenomeno.

Grazie all’applicazione della comparazione sperimentale è possibile risalire all’indagine sistematica delle relazioni fenomenologiche (Bondioli et al. 1990) intrinseche ed estrinseche all’oggetto. Il manufatto viene quindi visto come il contenitore dei fenomeni culturali, qualcosa che ha subito un divenire di interventi successivi.

Dal momento della causa prima: la necessità di risolvere un fatto contingente, al processo che porta all’ottenimento del risultato finito (staccare delle schegge o lame, trasformarle eventualmente in manufatti ritoccati, e macellare l’animale appena cacciato).

L’ausilio dell’etnografia e l’applicazione dei dati in ambito etnoarcheologico sono altrettanto ineluttabili. Per dirla con il grande Binford (1983) l’osservazione delle dinamiche di formazione ed organizzazione della realtà materiale da parte delle società contemporanee permette di osservare e identificare le variabili più rilevanti per lo studio dei fenomeni archeologici.
Va in ogni caso tenuto ben presente che il controllo dei dati archeologici con quelli sperimentali viene effettuato su situazioni create artificialmente e su basi induttive, che sono necessariamente limitate per la difficoltà di controllare tutte le variabili in gioco e per l’evidente impossibilità ricostruire le esatte condizioni dello svolgimento delle operazioni del passato.

L’Archeologia sperimentale:

  • si avvale di alcune fondamentali situazioni empirico-sperimentali

Situazioni di campo

  • Grande interazione con i sistemi naturali non completamente controllata esperimenti condotti all’aperto: abbattimento di un animale, depezzamento, macellazione, trattamento pelle, etc.

Situazioni di laboratorio

  • Situazioni a parametri più controllati condotte artificialmente spesso con tempi accelerati e su scala non reale: riproduzione meccanica di gesti conformità negli angoli di penetrazione, costanza nell’intensità delle forze applicate etc.
Guardati con occhi diversi, dei semplici oggetti in selce contengono un tesoro: le informazioni che sono scritte su di loro attraverso un linguaggio che può essere interpretato attraverso i dati dell'Archeologia sperimentale.
Laura Longo
Archeologa, Conservatrice della Preistoria, Museo Civico di Storia Naturale di Verona

Prova di taglio con un’accetta litica

Quanto tempo serviva per abbattere un albero con un'accetta litica?

Lo scopo dell’esperimento era abbattere un albero di olmo necessario alla costruzione di un arco. 
La domanda che da sempre ci siamo posti è: quanto tempo occorreva ad un nostro antenato neolitico per abbattere un albero?
Il nostro albero aveva un diametro di circa 15 cm, mentre l’accetta utilizzata per l’esperimento è stata immanicata su di un supporto ligneo, più precisamente quercia bianca. La lama era stata realizzata in serpentino e fissata con tendine e collagene. L’utensile si è dimostrato molto efficace, naturalmente con un simile attrezzo non possiamo lavorare come con una moderna ascia in metallo.
Anziché un colpo energico, con questo tipo di ascia ne servono almeno tre e piuttosto delicati, l’incisione operata nel legno sembra assomigliare ad una (rosicchiatura) di castoro.
Come residuo della operazione di taglio, abbiamo non scaglie né schegge, ma una segatura abbastanza fine, derivata dall’azione di asportazione dovuta alle centinaia di colpi inferti all’albero. 

 

Tempi e osservazioni

Il tempo totale impiegato per il taglio è stato di 49 minuti.
Angolo di inclinazione dell’immanicatura: 85°
La lama in serpentino non ha necessitato di affilatura durante la lavorazione.
Il punto di inserzione dell’ascia nel legno e la relativa legatura in tendine non hanno subito danni durante l’uso.

Ötzi, l’uomo del Similaun

Una delle più sensazionali scoperte di età preistorica è indubbiamente quella dell’uomo del Similaun, noto internazionalmente col nome di Otzi, dal nome delle Alpi sul versante austriaco. Si tratta di una mummia rinvenuta nel 1991 nei pressi del rifugio Similaun sulle Alpi Venoste a 3210 m di quota, emergente dall’acqua di fusione del ghiaccio sul fondo di una conca rocciosa.

Una consistente serie di datazioni radiometriche indicano un’età della mummia compresa tra 3.360-3.100 a.C. Sicuramente di sesso maschile, di età stimata intorno ai 46 anni, da vivo doveva essere alto circa 1,60 m con un peso sui 50 Kg, aveva occhi azzurri, capelli ondulati di colore castano scuro, di lunghezza superiore ai 9 cm e, con tutta probabilità portava la barba.

Una concentrazione di arsenico sui capelli indica che avrebbe partecipato ad attività metallurgiche. Le articolazioni sono usurate, i vasi sanguigni fortemente calcificati indicano un alto tasso di colesterolo; negli ultimi mesi di vita pare aver subito un forte stress. I polmoni sono anneriti dal fumo, probabilmente per aver passato molto tempo vicino al fuoco; aveva un parassita nell’intestino che provoca attacchi di dissenteria. È inoltre privo della dodicesima coppia di costole e dei denti del giudizio; presenta un diastema tra gli incisivi superiori e un elevato grado di usura dei denti imputabile al tipo di alimentazione e, forse, al loro uso per lavorare materiali come pelle, tendini, osso o legno; in compenso non aveva carie.

Sul suo corpo sono stati individuati oltre 60 tatuaggi di colore bluastro, una loro funzione terapeutica è stata ipotizzata considerandone la concentrazione in corrispondenza di articolazioni affette da artrosi, interessante il fatto che si tratta di punti corrispondenti a quelli in cui anche oggi è praticata l’antica tecnica dell’ago puntura.

Alla sua morte era completamente vestito; indossava: una tunica confezionata alternando strisce chiare e scure di pelli di capra domestica, cucite con fibre di tendini animali e rammendata più volte con fili d’erba; sotto due gambali, anch’essi in pelle di capra fissati da lacci a una cintura e da linguette alle scarpe; la cintura è una striscia di cuoio di vitello con una piccola tasca, una sorta di marsupio, in cui erano contenuti alcuni manufatti in pietra e un fungo d’esca con tracce di pirite che ne confermano l’uso per accendere il fuoco; un perizoma in pelle di capra; un berretto di pelliccia di orso; calzature con un rivestimento esterno in pelle di cervo e una imbottitura di erba secca racchiusa da una rete.

Altri oggetti facenti parte del suo corredo sono: un pugnale con lama in selce e immanicatura in legno di frassino; due pezzi di poliporo delle betulle, un fungo con proprietà antibiotiche ed emostatiche; un recipiente cilindrico in corteccia di betulla interpretato come portabrace; una gerla; un’ascia di legno di tasso con una lama in rame incollata con catrame di betulla e legata con stringhe di pelle; un arco in legno di tasso non ancora finito; una faretra in pelle di camoscio che conteneva dodici frecce non finite ricavate da getti di viburno già scortecciati ma non levigati, e due finite con punta in selce.

In merito alle cause della sua morte, dopo dieci anni dal suo ritrovamento, è stata individuata, grazie ad alcune radiografie del torace, una cuspide di freccia in corrispondenza della spalla sinistra a soli 15 mm dal polmone; colpito alle spalle, è morto dissanguato. Pare che abbia sostenuto anche una colluttazione prima di morire, una profonda ferita da taglio sulla sua mano destra è da connettere a un tentativo di bloccare un colpo di coltello, gli sono state poi rilevate fratture sulle costole e sul naso. Su una delle due frecce finite, sull’arco, sul pugnale e sull’ascia sono state inoltre evidenziate tracce di sangue di quattro persone diverse.