L’archeologia sperimentale

Comunicazione di: Laura Longo
conservatrice della Preistoria
Museo Civico di storia Naturale di Verona

L’Archeologia Sperimentale – proposta per una deontologia operativa


Nell’immaginario collettivo l’archeologia è quell’ occupazione per pochi eletti che si possono permettere di continuare a giocare con la preistoria e la storia. Anche la moderna iconografia contribuisce a mantenere quest’aura di fiabesco nei riguardi delle Scienze Archeologiche, come oggi ci si dovrebbe riferire al grande ambito dell’Archeologia.

Gli archeologi non sono più notabili o ricchi signori che si potevano permettere di dissipare patrimoni alla caccia di tesori o improbabili sprovveduti seducenti come l’affascinante attore che interpreta Indiana Jones e ancor meno vengono a trovarsi in situazioni spaventose come quelle proposte da pellicole tipo La Mummia.

Assicuro che ciò che un archeologo considera tesori per la maggior parte della gente sono semplici sassi, ossa, cocci, pezzi di muro, che molto raramente, gli archeologi hanno un aspetto anche solo lontanamente somigliante al fascinoso Indy e che l’unica cosa che può spaventare è la compilazione dei cervellotici Matrix di Harris o di schede piene di misure!!! Molto più prosaicamente, tutti i giorni ho a che fare con i manufatti prodotti dall’uomo preistorico a partire da circa 1 milione di anni fa.

Già, tanto antica è la presenza dell’Uomo in Italia e più in generale nel bacino settentrionale del Mediterraneo, Semplici schegge o la massimo rozzi raschiatoi e denticolati che non possono certo essere guardati come tesori. Proprio questa constatazione porta speso gli archeologi ad avere difficoltà a comunicare al grande pubblico il significato dei semplici e spesso bruttini oggetti, che rappresentano le tracce delle quiotidiane attività degli uomini della preistoria.

La crisi provocata dalla presa di coscienza che non è possibile giungere ad una comprensione totale della documentazione archeologica, soprattutto applicando gli statici approcci della tipologia e della morfometria, è stata in parte risolta dal fatto che finalmente gli archeologi hanno realizzato che i reperti archeologici vanno visti attraverso la lente di un processo evolutivo, non sempre continuo ma spesso accelerato da particolari pressioni adattative o speculative.

In realtà, guardati con occhi diversi, questi semplici oggetti in selce contengono un tesoro: le informazioni che sono scritte su di loro attraverso un linguaggio che può essere interpretato attraverso i dati dell’ ARCHEOLOGIA SPERIMENTALE.

Il percorso analitico, che viene svolto attraverso la riscostruzione sperimentale di un processo archeologico, destruttura il processo stesso. Apparentemente smontare i singoli momenti può comportare una perdita di informazione, in realtà comprendere il meccanismo nei sui singoli e consequenziali passaggi permette una ricostruzione fenomenologica completa e una più concreta interpretazione del manufatto, non più visto come il momento ultimo, ma come il risultato di interazioni dinamiche tra la progettualità, la capacità di realizzazione e il prodotto finito.

Ecco quindi la necessità di ricercare informazioni attraverso i dati desunti da analisi mirate, le così dette scienze sussidiarie

materie prime: caratterizzazione e provenienza;

tecniche di produzione: scheggiatura, ritocco, manifattura;

determinazione funzionale: analisi delle tracce d’uso, analisi dei residui; specializzazione della produzione.

Con questo termine l’insieme di fasi analitiche che permettono di ricostruire un oggetto/fenomeno nel suo divenire e non la semplice riproduzione a scopo propagandistico di un contesto, si deve fondare su una corretta integrazione dei dati provenienti dalle analisi di partenza e di confronto.Va inoltre ricordato che comunque una ricostruzione completa del fenomeno è praticamente impossibile in quanto i processi di formazione e di trasformazione di un contesto archeologico sono influenzati da fattori e dinamiche spesso sconosciuti.

Le analisi applicate allo studio dei contesti archeologici, effettuate da personale esperto che deve necessariamente aver avuto un lungo training accademico, devono precedere le fasi indagative di archeologia sperimentale. I manufatti prodotti sperimentalmente devono subire lo stesso processo analitico per poter comparare empiricamente i processi trasformativi di causa/effetto interagenti La provenienza della materia prima è fondamentale per impiegare, nella produzione dei manufatti, lo stesso tipo di selce che si riscontra nel sito da studiare (DIA RT Francesca Bonci). Le tecniche di produzione applicate e quelle di trasformazione sono anch’esse il risultato di analisi diretta del reperto archeologico.

Le analisi funzionali, vengono poi condotte attraverso l’osservazione microscopica ed ultramicroscopica delle superfici funzionali, le analisi chimiche dei residui (spettrofotometria, XRD, X-RAY, analisi degli amminoacidi, degli altri residui organici, etc.) e confrontate con considerazioni di carattere ergonomico, tecnologico etc. Ovviamente tutto ciò va applicato sia al contesto archeologico che a quello di produzione sperimentale.

Applicando il tanto famigerato principio dell’attualismo possiamo interpretare le tracce lasciate sulle superfici dei manufatti, i loro rapporti spaziali e le loro sinergie con gli altri reperti (ossa, buche di palo, focolari, macchie di ocra) ricorrendo al confronto con i dati che riscontriamo attraverso processi di ricostruzione del fenomeno.

Grazie all’applicazione della comparazione sperimentale è possibile risalire all’indagine sistematica delle relazioni fenomenologiche (Bondioli et al. 1990) intrinseche ed estrinseche all’oggetto. Il manufatto viene quindi visto come il contenitore dei fenomeni culturali, qualcosa che ha subito un divenire di interventi successivi.

Dal momento della causa prima: la necessità di risolvere un fatto contingente, al processo che porta all’ottenimento del risultato finito (staccare delle schegge o lame, trasformarle eventualmente in manufatti ritoccati, e macellare l’animale appena cacciato).

L’ausilio dell’etnografia e l’applicazione dei sui dati in ambito etnoarcheologico è altrettanto ineluttabile. Per dirla con il grande Binford (1983) l’osservazione delle dinamiche di formazione ed organizzazione della realtà materiale da parte delle società contemporanee permette di osservare ed identificare le variabili più rilevanti per lo studio dei fenomeni archeologici.
Va in ogni caso tenuto ben presente che il controllo dei dati archeologici con quelli sperimentali viene effettuato su situazioni create artificialmente e su basi induttive, che sono necessariamente limitate per la difficoltà di controllare tutte la variabili in gioco e per l’evidente impossibilità ricostruire le esatte condizioni dello svolgimento delle operazioni del passato.

L’ARCHEOLOGIA SPERIMENTALE: si avvale di alcune fondamentali situazioni empirico-sperimentali

SITUAZIONI DI CAMPO:
grande interazione con i sistemi naturali non completamente controllata esperimenti condotti all’aperto: abbattimento di un animale, depezzamento, macellazione, trattamento pelle, etc.

SITUAZIONI DI LABORATORIO:
situazioni a parametri più controllati condotte artificialmente spesso con tempi accelerati e su scala non reale: riproduzione meccanica di gesti conformità negli angoli di penetrazione, costanza nell’intensità delle forze applicate etc.