La produzione di vasi

Figura 1 Località Casa Brancazzi: l’aratura profonda dei campi ha facilitato le operazioni di prelievo dell’argilla.

Figura 1 Località Casa Brancazzi: l’aratura profonda dei campi ha facilitato le operazioni di prelievo dell’argilla.

Ricerche e sperimentazioni a cura di Lucia Campo (tesi di laurea in archeologia presso Università degli Studi di Milano) in collaborazione con Riccardo Chessa (Laboratorio di Archeologia Sperimentale “Gli Albori”)

Il vaso è l’esito di un processo produttivo in cui è coinvolto l’artigiano il quale utilizza le tecniche che concorrono a caratterizzare la società a cui egli appartiene. Il vaso, nel momento in cui diventa tale, è anche il “contenitore dei fenomeni culturali” e diviene protagonista di nuove fasi: l’uso, la deposizione e i processi post-deposizionali. Il vaso, infatti, deve essere considerato non soltanto sotto il profilo formale e tipologico ma deve essere posto in relazione anche con la sfera sociale ed ecologica a cui appartiene (VIDALE 2007). Il presente lavoro si pone come obiettivo lo studio del processo produttivo in tutte le sue fasi, dall’approvvigionamento della materia prima alla cottura del vaso, e soprattutto lo studio del rapporto tra la classe di impasto* e le forme funzionali dei vasi.

*NOTA BENE: Per classe di impasto si intende un composto di argilla e di componenti non plastici naturalmente presenti nell’argilla e/o aggiunti intenzionalmente. Le classi di impasto si definiscono in relazione all’osservazione macroscopica e microscopica delle caratteristiche della matrice argillosa (consistenza, struttura, porosità) e dei clasti (colore, lucentezza, forma, dimensione, frequenza) (Levi 2010).

Con ciò si vorrebbe individuare l’uso dell’impasto rosso in relazione alle grandi forme ceramiche, prevalentemente olle, rinvenute durante le campagne di scavo nel sito della prima età del Ferro di Duna Feniglia il quale si inserisce optimo iure nei siti costieri denominati “giacimenti di olle ad impasto rossiccio”.

Tali insediamenti sembra possano aver svolto un ruolo di non secondaria importanza negli sviluppi socio-economici relativi ai processi di formazione protourbana della prima età del Ferro. Le grandi quantità di materiale ceramico ivi rinvenute, infatti, fanno pensare a un circuito di scambi inserito in un ambito più ampio di quello locale, nel quale la produzione specializzata di una merce doveva avere un ruolo rilevante all’interno del quadro dello sviluppo protourbano (PACCIARELLI 1991a).

Figura 2 Esempio di ricostruzione ipotetica di una forma vascolare effettuata a partire dal repertorio tipologico elaborato dal 2003.

Figura 2 Esempio di ricostruzione ipotetica di una forma vascolare effettuata a partire dal repertorio tipologico elaborato dal 2003.

Le ipotesi che riguardano il tipo di produzione nei siti costieri di olle ad impasto rossiccio, partono dalla riflessione intorno all’insediamento strettamente connesso con l’ambiente in cui si sviluppa, e propongono una correlazione tra i contenitori rinvenuti in grandi quantità e la lavorazione di prodotti derivati dalla vicina risorsa marina: sale e/o conservazione del pesce mediante salatura
(PACCIARELLI 1991a, PACCIARELLI 1991b; PASCUCCI 1998; ANGLE, BELARDELLI 2005; BELARDELLI, PASCUCCI 1996; TOTI 1962; BENEDETTI 2006; ARANGUREN, CASTELLI 2002; DI FRAIA 2008; NIJBOER, ATTEMA, VAN OORTMERSSEN 2003…).

In particolare gli studi di T. Di Fraia approfondiscono gli aspetti legati ai diversi utilizzi del sale rispetto agli ambiti cronologici, sociali e ambientali in cui questo veniva estratto. L’aumento della popolazione documentata a partire dal Neolitico e la conseguente necessità di disporre di maggiori derrate alimentari, pose in primo piano il bisogno di conservare grandi quantità e varietà di alimenti: carne, pesce, alcuni tipi di vegetali altrimenti non commestibili, come le olive, e formaggi, nella cui produzione la salatura costituisce un momento importante (DI FRAIA 2008a).

Si può pensare anche all’utilizzo del cloruro di sodio come integratore alimentare per uso umano e animale, al fine di compensare situazioni di carenza di sali minerali nella dieta, dovuta a mancanza di apporto carneo, o situazioni di intenso sforzo fisico e sudorazione (DI FRAIA 2008b). Nel contesto di sviluppo protourbano che si verificò nella penisola italica tra il Bronzo Finale e il Primo Ferro, e ancora nelle fasi successive di assetto urbano dei grandi centri, è quindi possibile inserire l’ipotesi che dai siti costieri specializzati, identificati come giacimenti di olle ad impasto rossiccio, abbia preso il via un commercio crescente e su larga scala del sale (con le relative implicazioni sociali di articolazione delle attività) che era diventato un prodotto con un elevato valore di scambio dato il suo vasto e fondamentale utilizzo**.

**NOTA BENE: I campi di utilizzo del sale toccano anche altri ambiti, alcuni noti attraverso osservazioni etnografiche quali l’aggiunta del prodotto negli impasti ceramici o nei forni per garantire la temperatura di cottura uniforme. Il sale trovava utilizzo anche nella concia delle pelli, nella tintura dei tessuti, nella metallurgia, nella medicina, nelle lampade a olio per diminuire la fumigazione, e in ambito rituale, per il suo valore anche simbolico. Impieghi di tal genere devono essere pensati in un momento storico in cui le proprietà del cloruro di sodio diventavano sempre più note (Di Fraia 2008b)

Secondo le evidenze archeologiche e le osservazioni etnografiche, i metodi fondamentali di estrazione e lavorazione del sale si dividono in due gruppi principali: l’escavazione a secco praticata nelle miniere di salgemma e il trattamento delle acque salate. Quest’ultimo metodo di lavorazione si differenzia al suo interno a seconda dell’ambiente in cui veniva praticato.

Figura 3 La realizzazione di un piccolo focolare munito di pietre sbozzate che sono servite da sostegno per i vasi colmi di acqua salata.

Figura 3 La realizzazione di un piccolo focolare munito di pietre sbozzate che sono servite da sostegno per i vasi colmi di acqua salata.

In climi continentali, freddi e umidi, l’estrazione del sale avveniva mediante un laborioso e dispendioso sistema, chiamato “briquetage”, che implicava l’utilizzo di grandi strutture specializzate per la bollitura delle acque salmastre e di contenitori standardizzati nei quali si formava il pane di sale (WELLER 1998, DI FRAIA 2007).

In climi mediterranei, l’estrazione del sale poteva avvenire mediante evaporazione di acque salate nelle saline, come ancora oggi avviene a livello industriale in diverse località, oppure per evaporazione o eventualmente bollitura di una soluzione salmastra via via sempre più satura e densa.

Figura 4 La cristallizzazione del sale sulle pareti interne dei vasi e sulla superficie dell’acqua in evaporazione

Figura 4 La cristallizzazione del sale sulle pareti interne dei vasi e sulla superficie dell’acqua in evaporazione

Gli indicatori archeologici della lavorazione del sale per evaporazione o bollitura, sembrano essere grandi quantità di vasellame funzionale: olle, dolii o bollitoi medio-grandi in cui far cristallizzare il sale, spesso anche di forma aperta per agevolare l’estrazione del pane di sale senza eventualmente fratturare il contenitore, in impasto grossolano e poroso, di colore bruno o rosso prodotto con argille locali (DI FRAIA 2007) e talvolta con la presenza di una particolare colorazione rosa o violacea all’interno (NIJBOER, ATTEMA, VAN OORTMERSSEN 2003).

Per quanto riguarda i siti costieri medio-tirrenici, si riscontrano anche una serie di qualità peculiari ambientali: l’insistenza sulla riva marina, la presenza di una duna sabbiosa, la presenza di depositi argillosi e l’estrema vicinanza a lagune (ANGLE, BELARDELLI 2005). L’ambiente costiero e soprattutto la prossimità alle zone lagunari devono aver reso più facile il prelievo di salamoie più o meno dense, la presenza di terreni argillosi indica la fonte di approvvigionamento per gli impasti ceramici e la macchia mediterranea circostante può far pensare ad abbondanti quantità di combustibile*** per le attività artigianali svolte negli abitati.

***NOTA BENE: Il legno di macchia verosimilmente usato come combustibile è costituito da essenze arboree quali il leccio, la quercia e l’erika, legnami molto diffusi e con elevato potere calorico.

La sperimentazione oggetto del presente lavoro, intende quindi sottoporre a verifica sperimentale le ipotesi formulate riguardo alle attività che si svolgevano negli insediamenti costieri denominati “giacimenti di olle ad impasto rossiccio”, rinvenuti lungo il litorale medio-tirrenico e datati tra la fine del Bronzo Finale e la prima Età del Ferro. La riproduzione sperimentale vuole avvicinarsi alla funzionalità della ceramica cercando di comprendere il rapporto tra la classe d’impasto, la forma e l’uso, senza che condizionamenti moderni interferiscano in questo lavoro di ricerca. La distanza cronologica e sociale che si pone tra noi e chi frequentava la Duna Feniglia quasi tremila anni fa, è racchiusa nei resti materiali rinvenuti: il vaso è un contenitore che all’epoca aveva un fondamentale scopo funzionale, contiene il senso della cultura che lo ha prodotto e che oggi diventa difficile da cogliere proprio a causa delle influenze e dei condizionamenti imposti dalla nostra mentalità poco o per nulla abituata a considerare gli aspetti più immediati e pratici di alcune operazioni. La sperimentazione archeologica condotta scientificamente e con rigore metodologico, permette di accorciare questa distanza e di pervenire a un elevato livello di comprensione dei resti materiali e delle tracce che si intendono studiare.

Gli aspetti indagati riguardano tutte le fasi di produzione dei materiali archeologici che sono stati rinvenuti in Duna Feniglia nel corso delle campagne di scavo: sono state effettuate analisi archeometriche**** sui frammenti ceramici i cui risultati sono stati posti a confronto con l’ambiente geologico circostante per verificare la provenienza locale della materia prima.

****NOTA BENE: Le analisi archeometriche sui frammenti ceramici rinvenuti a Duna Feniglia sono state effettuate dal Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale dell’Università di Genova, dal Prof. Enrico Franceschi e dal Dott. Dion Nole.

Figura 5 Il sale cristallizzato all’interno dell’olla in seguito alla completa evaporazione dell’acqua.

Figura 5 Il sale cristallizzato all’interno dell’olla in seguito alla completa evaporazione dell’acqua.

Sulla base dello studio tipologico dei materiali rinvenuti, sono state foggiate le forme vascolari per cui si ipotizza l’utilizzo a fini produttivi. Queste sono state infine sottoposte a cottura utilizzando una fornace a camera unica in cui il combustibile si trova a contatto con i vasi.

 La sperimentazione vera e propria, ha però riguardato l’uso della ceramica prodotta e in questa fase è entrata nello specifico delle ipotesi proposte dagli studi fino ad ora pubblicati. È stata creata un’area di fuoco nella quale sono state posizionate alcune pietre in funzione di sostegni su cui sono state posizionate le olle contenenti acqua marina. In seguito all’evaporazione continua e ai costanti rabbocchi con acqua salmastra, si è osservata la progressiva cristallizzazione di NaCl all’interno dei contenitori.

Le operazioni di estrazione del prodotto dai vasi, le condizioni dei contenitori, le osservazioni macroscopiche delle tracce lasciate dalla presenza di sale sulle pareti delle olle, insieme al confronto con i frammenti ceramici rinvenuti nel sito di Duna Feniglia, hanno permesso di giungere ad alcune considerazioni circa le attività produttive ipotizzate per i cosiddetti “siti di olle ad impasto rossiccio”.

Tutte le fasi della sperimentazione sono state documentate con disegni dei materiali (Tavole di Documentazione Grafica), con fotografie (Tavole di Documentazione Fotografica), misurazioni e schede riassuntive per una lettura scientifica e sistematica delle operazioni svolte (Schede di Riproduzione Sperimentale).